Economia e Dinamica Industriale, Economia industriale

Il quinto Osservatorio Intesa Sanpaolo-Mediocredito Italiano sulle reti d’impresa

Al 1° ottobre 2014 risultavano registrati in Camera di Commercio 1.770 contratti di rete in cui erano coinvolte 9.129 imprese. Di queste 1.226 (il 13,4% del totale) erano inserite all’interno di 173 reti con soggettività giuridica.

Il fenomeno reti ha mostrato una progressiva accelerazione negli ultimi anni. Nel 2011 in ogni trimestre sono entrate mediamente in rete 326 imprese; nel 2012 si è saliti a 576, nel 2013 a 891 e nei primi nove mesi del 2014 a 793. L’accelerazione del biennio 2013-2014 ha riguardato le reti contratto e, soprattutto, le reti soggetto. Nei primi nove mesi del 2014, infatti, il numero di imprese che sono entrate in reti soggetto è salito a 179 in media a trimestre, il 22,6% del totale.

Sta, inoltre, crescendo il numero dei contratti interessati da trasformazioni societarie: a inizio ottobre 2014 sono, infatti, salite a quota 113 le reti caratterizzate dall’ingresso di nuove imprese (il 6,4% del totale). Lo strumento, pertanto, oltre a mostrare un’elevata flessibilità in termini di obiettivi e organizzazione, si dimostra aperto all’ingresso e/o all’uscita degli attori imprenditoriali dalla rete.

La classifica regionale continua a essere guidata dalla Lombardia con 2.019 imprese in rete, mentre consolida la sua seconda posizione l’Emilia Romagna con 1.128 imprese. Al terzo posto la Toscana con 982 imprese coinvolte. Circa il 45% delle imprese italiane in rete si trova in queste tre regioni. A livello provinciale primeggia Milano con 667 imprese; seguono Roma (444) e Brescia (348).

Nonostante il forte sviluppo osservato negli ultimi anni, il grado di diffusione dei contratti di rete è ancora relativamente contenuto rispetto al complesso del tessuto produttivo. L’Abruzzo è la regione più attiva, con lo 0,46% delle imprese regionali in rete. A livello italiano ci si ferma allo 0,18%.

E’ elevato il grado di multi-territorialità delle reti: solo in 7 regioni, infatti, la quota di reti monoregionali supera il 50%. Se si scende a livello provinciale il risultato è ancora più netto: solo in una provincia (Lecce) la quota di reti con imprese della stessa area supera il 50%. Tra le prime 20 province per numero di reti, solo Brescia, Bari e Chieti mostrano una percentuale superiore, di poco, al 30%. A Milano e Roma, le due province con più contratti, la quota di reti monoprovinciali è rispettivamente pari al 14,6% e al 19,6%.

E’ molto alto anche il grado di differenziazione produttiva e dimensionale. L’83,9% dei contratti presenta al proprio interno imprese specializzate in diversi comparti produttivi. Più in particolare, il 55,5% delle reti è composto da imprese appartenenti a diversi macrosettori (agro-alimentare, industria in senso stretto, costruzioni, servizi), mentre il 28,4% delle reti ha al proprio interno imprese dello stesso macrosettore, ma di comparti produttivi diversi. Inoltre, poco meno di una rete su tre è composta da imprese della stessa classe dimensionale. In particolare, nel 60% dei contratti di rete italiani sono attive micro imprese insieme a imprese di un’altra classe dimensionale. Emergono dunque nuove conferme dell’elevato grado di complementarietà di competenze delle imprese coinvolte nei contratti di rete.

Molte reti sono dotate di un buon patrimonio di competenze in ambito tecnologico e commerciale. Le imprese manifatturiere in rete, infatti, sono più attive all’estero con attività di export, partecipate e marchi registrati a livello internazionale, fanno più innovazione e sono più attente all’ambiente.

Per dotazione di leve strategiche spiccano, in particolare, le 1.274 imprese che fanno parte dei 244 contratti green da noi mappati in Italia (il 13,8% del totale) e legati alla sostenibilità ambientale, intesa come impegno nelle energie rinnovabili, nel risparmio energetico, nel riutilizzo di materiali, nella produzione di beni per servizi ambientali, nella riduzione delle emissioni di CO2 e nella riqualificazione energetica.

Nei contratti green il 16,4% delle imprese ha in portafoglio un certificato ambientale, contro il 9,7% delle imprese in rete e il 2,8% delle imprese non in rete. Differenziali significativi emergono anche per diffusione dell’innovazione e presenza sui mercati internazionali. La sostenibilità ambientale sembra dunque un obiettivo che può essere raggiunto attraverso la contemporanea presenza di una pluralità di leve strategiche, che vanno oltre la semplice attenzione all’ambiente rilevata dalle certificazioni ambientali e che includono anche la capacità di innovare e di presidiare con successo i mercati esteri. Gli obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e di sviluppo di tecnologie e beni con contenuto ambientale possono, infatti, essere raggiunti solo attraverso un impegno deciso in ricerca e sviluppo. La presenza sui mercati esteri, nel caso delle imprese manifatturiere, consente poi di sfruttare al meglio l’introduzione di nuovi prodotti a basso impatto ambientale.

Le reti green sono particolarmente diffuse nella filiera delle costruzioni (costruzioni, studi di architettura e ingegneria, servizi per edifici, immobiliare), dove 386 imprese su un totale di 1.423 imprese in rete hanno sottoscritto contratti verdi (il 27% circa ). Gli obiettivi delle reti di questa filiera sono principalmente rivolti alla riqualificazione energetica-ambientale degli impianti e degli edifici civili e ricettivo-turistici e alle bonifiche ambientali. Il grado di diffusione delle reti green è relativamente alto anche in alcuni settori dell’industria in senso stretto, come le utilities (33%), che sono sempre più coinvolte nello sviluppo e nella produzione da fonti rinnovabili, la metallurgia (37,3%), che attraverso il risparmio energetico punta ad abbattere gli alti costi connessi all’elevata intensità energetica del settore, e l’automotive (33,3%), che nel tempo ha intensificato i propri investimenti rivolti alla ricerca e allo sviluppo di nuovi autoveicoli a basso consumo energetico.

In questo numero dell’Osservatorio abbiamo verificato gli effetti dei contratti di rete sulle performance economico-reddituali del 2012-2013 delle imprese entrate in rete nel corso del 2011. Le statistiche descrittive disponibili offrono segnali ancora molto deboli: nel biennio 2012- 2013 le imprese che erano già in rete nel 2011 hanno mostrato un calo del fatturato solo di poco inferiore a quello delle imprese non in rete (-3,6% vs. -4,9%). Il differenziale a loro favore è stato addirittura più pronunciato nel triennio 2009-2011 (+0,8% vs. -4%). Sul fronte reddituale, invece, i riscontri sono un po’ più visibili, con un recupero maggiore per le imprese coinvolte in rete, che in termini di EBITDA margin hanno guadagnato 2 decimi di punto percentuale (salendo al 7,9% nel 2013 dal 7,7% nel 2011) rispetto ai 2 decimi persi dalle altre imprese (da 7,8% a 7,6%).

I risultati qui presentati non consentono quindi di trarre conclusioni certe sull’efficacia dei contratti di rete, anche perché l’analisi è stata condotta solo sulle poche imprese in rete a fine 2011. Come si è visto, infatti, lo strumento rete ha iniziato ad avere una buona diffusione dal 2012, con un’accelerazione importante nel biennio 2013-2014. Bisognerà dunque aspettare i bilanci del 2014 per ampliare il campione di analisi e trarre valutazioni più solide sugli effetti dei contratti di rete sulle performance economico-reddituali delle imprese.

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